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Anche Bearzot, come ogni CT prima di lui, con l’eccezione forse di Pozzo, iniziò
a ricevere critiche per via dei giocatori che sceglieva o, meglio, non
sceglieva. Forti furono le pressioni dalle piazze mediatiche con i più vasti
bacini d’utenza, in particolare quella milanese che spingeva per l’interista
Beccalossi e quella romana che premeva per Pruzzo; furono pressioni alle quali
Bearzot resistette nonostante interrogazioni parlamentari (respinte) presentate
da deputati in cerca di notorietà che cercavano di far passare l’equazione
“mancata convocazione di alcuni giocatori” = “lesione di interessi nazionali
preminenti”. Indipendentemente da tali fenomeni di colore, da un sondaggio
effettuato poco prima dei mondiali emerse che solo l’1% degli italiani
intervistati credeva si potesse vincere il campionato.
La qualificazione al campionato non costituì un problema, perché quattro
vittorie iniziali per 2-0, contro Grecia, Danimarca, Lussemburgo e Jugoslavia
avevano messo l’Italia al riparo da rovesci, che infatti giunsero sotto forma di
un 3-1 incassato dai Danesi al ritorno a Copenaghen. A essere criticato fu
semmai il gioco non spettacolare della Nazionale. In verità il gioco non era
molto diverso da quello espresso da precedenti Nazionali che ottennero risultati
anche inferiori, ma la stampa trasse da ciò spunto per perorare con ancor
maggiore enfasi la causa dei giocatori preferiti dei propri lettori: di
conseguenza, bersagliare di critiche Bearzot era diventata ormai l’occupazione
principale di quasi tutti i giornalisti sportivi.
Badando al concreto bisogna comunque dire che quella Nazionale si qualificò con
un turno d’anticipo e ben prima di squadre che all’epoca godevano di credito
maggiore (Inghilterra, Francia, Germania, che dovettero tutte attendere l’ultima
partita per avere il visto per la Spagna). E dopo di essa, solo la Nazionale di
Lippi sarebbe riuscita, ventiquattro anni dopo, a qualificarsi in anticipo.
L’Italia andò, quindi, in Spagna per giocare il dodicesimo campionato del mondo.
Un sorteggio apparentemente favorevole (gli Azzurri erano stati sorteggiati in
un girone che comprendeva Polonia, Perù e Camerun) rischiò di trasformarsi in
una trappola: dopo aver pareggiato un brutto incontro per 0-0 contro i Polacchi,
infatti, l’Italia non andò oltre un altrettanto brutto 1-1 contro il Perù. Ci
volle un ulteriore pareggio per 1-1 contro i pari classifica del Camerun per
passare il turno grazie al maggior numero di reti segnate a parità di
differenza-reti rispetto alla Nazionale africana. Quando poi l’Italia, nella
seconda fase a gironi, venne affiancata a Brasile e Argentina, molti pensarono
che l’eliminazione azzurra era stata solo ritardata di due partite. Invece, nel
primo incontro contro l’Argentina, l’Italia sfoggiò una prestazione di tutto
rispetto, riuscendo anche a neutralizzare l’avversario più pericoloso, Maradona:
dopo un primo tempo equilibrato e chiuso sullo 0-0, furono prima Tardelli e poi
Cabrini a prendere in contropiede la velleitaria formazione sudamericana che,
nonostante un goal di Passarella nel finale, non poté evitare la sconfitta. Non
evitò la sconfitta neppure contro il Brasile (3-1), sicché l’ultimo incontro,
tra Brasile e Italia, divenne decisivo. Quello fu il capolavoro tattico di
Bearzot che comprese in largo anticipo che i brasiliani, sia pur in vantaggio
nel girone per differenza reti, non si sarebbero accontentati di passare alle
semifinali con un pareggio, ma avrebbero strafatto pur di cercare la vittoria. E
su questa presunzione brasiliana Bearzot costruì una gara fatta di difesa chiusa
e contropiede: l’aver segnato quasi subito il goal dell’1-0 costrinse i
sudamericani a uscire: nemmeno il pareggio di Sócrates fece loro capire che la
partita andava addormentata. Il 2-1 italiano fu opera di un allegro quanto
sciagurato passaggio orizzontale nella difesa brasiliana. Ancora una volta, il
Brasile non mise giudizio neppure dopo il 2-2 di Falcão, e l’Italia segnò il 3-2
che mandava a casa il Brasile e tutta la pattuglia sudamericana in blocco. A
nulla valse l’assedio finale dei verde-oro, che si trovarono di fronte uno Zoff
che chiuse la porta e si fece perdonare gli errori sui tiri da lontano di
quattro anni prima in Argentina. Sugli scudi Paolo Rossi, autore di una
tripletta, che il 30 aprile precedente aveva finito di scontare la squalifica
biennale ed era stato subito richiamato da Bearzot in quanto pedina
imprescindibile del suo gioco. La semifinale contro la Polonia priva di Boniek
fu poco più che una formalità (due goal di Rossi e azzurri in finale), dopodiché,
dodici anni dopo l’Azteca, Italia e Germania Ovest si incrociavano di nuovo in
un incontro a eliminazione. L’Italia era più fresca, ma quando Cabrini sbagliò
un rigore nel primo tempo molti sudarono freddo. Ma la Germania Ovest non poteva
più reggere, e nel secondo tempo crollò sotto i colpi di Rossi (57’), Tardelli
(69’), Altobelli (81’), prima che lo studioso marxista Breitner vedesse premiata
la sua buona volontà e realizzasse il punto dell’onore tedesco. 3-1 per l’Italia
e quella sera dell’11 luglio 1982, nello stadio Santiago Bernabéu di Madrid, di
fronte all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, gli Azzurri
diventarono campioni del mondo dopo 44 anni dal trionfo di Parigi. Visti i
pronostici dei giornalisti clamorosamente smentiti, da quel giorno in avanti - e
fino ai giorni nostri - nessuno osò più vaticinare sventura sulle sorti azzurre
pena il rischio di pubblico svergognamento.
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Fonte: Wikipedia
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