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Per iniziativa di Jules Rimet, l’allora presidente della FIFA, nacque il
Campionato del mondo di calcio, competizione riservata alle squadre nazionali.
Fu decisa la cadenza quadriennale - sulla falsariga delle Olimpiadi - e si
stabilì che il torneo si sarebbe giocato negli anni pari non olimpici. La prima
nazione a ospitare il campionato fu l’Uruguay, nel luglio del 1930. Ma l’Italia
non partecipò a tale edizione del campionato per via del lungo viaggio
transoceanico da affrontare - e anche per via di un certo snobismo delle nazioni
europee nei confronti di tale torneo, in particolare dell’Inghilterra che fino
al 1950 non parteciperà al mondiale. Ciononostante, in quel decennio l’Italia si
fece conoscere come una delle nazionali più forti del mondo, facendosi valere
dovunque e vincendo in sequenza il campionato del mondo del 1934, il torneo di
calcio olimpico del 1936 e, di nuovo, il campionato del mondo del 1938, a spese
di nazionali prestigiose come Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Francia e
perfino Brasile. Il giocatore di maggior spessore di quella squadra era senza
dubbio il milanese Giuseppe Meazza, fuoriclasse assoluto con la palla tra i
piedi e antesignano del bon-vivant e donnaiolo fuori dal campo. A guidare la
squadra un vecchio tenente degli Alpini, il monarchico Vittorio Pozzo,
piemontese tutto d’un pezzo con l’etica del lavoro e del sacrificio, che da
Commissario Unico riuscì a far primeggiare la Nazionale dovunque.
Lo spirito dei giocatori, in omaggio alla visione cameratesca che Pozzo aveva
della squadra, era quella del reciproco aiuto. Ad esempio, il trio arretrato
della Juventus, Combi-Rosetta-Caligaris, era impenetrabile proprio per via della
solida amicizia e collaborazione che univa i tre compagni di reparto.
Superato agevolmente l’incontro di qualificazione a Milano contro la Grecia
(battuta 4-0), l’Italia affrontò il mondiale casalingo vero e proprio a partire
dagli Stati Uniti, facilmente battuti 7-1. In quell’occasione Rosetta giocò la
sua ultima partita in Nazionale, e peggio andò a Caligaris, rimasto a quota 59
incontri e rimpiazzato da Allemandi. A Firenze vi fu dura battaglia contro la
Spagna, la cui porta era difesa dal leggendario Ricardo Zamora, colui al quale
Meazza non riuscì mai a segnare. Infatti, tra ruvidezze, entrate al limite del
regolamento - e forse oltre - e scambi di cortesie vari, toccò a Ferrari
pareggiare il goal iniziale degli Spagnoli. La ripetizione il giorno dopo non
vide in campo molti protagonisti della battaglia precedente, tra cui lo stesso
Zamora, e infatti fu Meazza a segnare il goal che dava all’Italia la semifinale.
Battuta anche l’Austria, il 10 giugno 1934 allo stadio PNF (odierno Stadio
Flaminio) di Roma, Raimundo Orsi pareggiò il gol cecoslovacco a 9 minuti dalla
fine e nei supplementari il centravanti bolognese Angelo Schiavio, nella sua
ultima apparizione azzurra, segnò la rete che valse il titolo mondiale.
A quel tempo, come detto, gli Inglesi, che si ritenevano i maestri del calcio,
non partecipavano neppure al campionato del mondo, giudicato una rassegna di
rango inferiore alle loro ambizioni. Al massimo la nazionale campione del mondo
poteva guadagnarsi il diritto di andare a sfidare gli Albionici a casa loro,
come un esame di laurea, e così fu: la prima uscita degli Azzurri dopo il
mondiale (14 novembre 1934) li vide affrontare a Londra proprio la nazionale
inglese, nello stadio di Highbury, il tempio dell’Arsenal. Quella partita passò
alla storia come la Battaglia di Highbury: come costume di quell’epoca,
l’incontro non risparmiò durezze e scontri, tanto che dopo pochi minuti di gioco
il centrosostegno azzurro Luisito Monti dovette uscire con un piede fratturato
(e fu solo il primo di una lunga serie di infortunati). Gli Inglesi dominarono
nei primi minuti e al quarto d’ora già erano avanti di tre goal. A quel punto,
gli Azzurri in dieci reagirono e Meazza realizzò una doppietta. Pur sconfitta
per 3-2, l’Italia uscì dal campo guadagnandosi il rispetto degli Inglesi.
Due anni dopo la vittoria nel campionato del mondo, l’Italia si impose anche nel
torneo Olimpico di Berlino, schierando una squadra formata da soli studenti per
protesta contro le accuse di professionismo mosse da altre nazioni. A Berlino la
stella indiscussa fu l’ala destra dell’Ambrosiana, Annibale Frossi, passato alla
storia per i suoi occhiali e i 7 gol in 4 partite di quella edizione dei Giochi
Olimpici. La finale con l’Austria fu decisa ai tempi supplementari proprio da un
suo goal.
Quando gli Azzurri si presentarono all’esordio della terza Coppa del mondo, in
programma nel 1938 in Francia come campioni mondiali e olimpici uscenti, essi
vantavano anche il non indifferente record di imbattibilità che durava dal 1935
(e alla fine saranno 30 incontri fino al 1939). Infortunatosi alla vigilia il
portiere titolare Ceresoli, i pali furono affidati ad Aldo Olivieri, che fu fra
i protagonisti della vittoria azzurra, insieme a Meazza, a Giovanni Ferrari, a
Gino Colaussi e a Silvio Piola: eliminata la Norvegia in quello che fu forse
l’incontro più difficile per l’Italia in quel mondiale, gli Azzurri volarono a
Parigi a eliminare i padroni di casa Francesi, per poi far fuori il Brasile a
Marsiglia per 2-1, con Meazza che batté un rigore mentre si allacciava i
pantaloncini. La finale, allo stadio di Colombes, a Parigi, fu tutto sommato una
formalità: mai in discussione il risultato, il 19 giugno l’Italia batté
l’Ungheria con due doppiette, di Piola e di Colaussi.
Pochi anni dopo il calcio tornò a fermarsi per la Seconda Guerra Mondiale.
Nonostante il regolare svolgimento del campionato italiano, tra alti e bassi,
fino al 1943, la Nazionale giocò solo tre incontri fra il 1940 e il 1942 prima
della Liberazione.
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Fonte: Wikipedia
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